«D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda», scriveva nel 1972 Italo Calvino ne Le città invisibili. Parlava di città, ma poteva scrivere di case: punti di approdo, ragione stessa dell’essere, rifugi, calore. Ma anche luoghi di paura e di solitudine. «Un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio», scriveva. «Luoghi di scambio»: «scambi di parole, di desideri, di ricordi». E le case di Lucy Jochamowitz, installazioni ma anche disegni, sono tutto questo. Luoghi dell’anima, rifugi, abbracci, sicurezza. Luoghi estranianti, respingenti pericolosi, anche. Anche per la “casa”, oggi, ogni certezza sta andando in frantumi. E l’operazione di Lucy Jochamowitz, che la casa la costruisce, la immagina, la culla, la protegge, la crea e la ricrea, in questa ricerca che ne fa il luogo in cui tessere, annodare e scaldarsi, è un’operazione densa di forza e di bellezza. Un grido di speranza nel buio assordante della notte. «Quando ho pensato alla mostra mi è venuta in mente un’immagine molto forte: quella di un abbraccio fatto di infinite brac8 cia», spiega Jochamowitz. «Perché siamo una casa di legami intrecciati tra loro, una casa in cui le nostre braccia si incrociano, si interrogano, si cercano, si riconnettono e anche si respingono. Ma siamo anche uno con la natura, siamo un unico corpo. Siamo una Casa della Natura. Siamo una rete infinita di connessioni con la natura». E così invade un senso di pace “entrando”, quasi in punta di piedi, perché solo così ci si può avvicinare alle opere di Jochamowitz, nella sua fantasia, rimirando quelle braccia che si cercano, quelle connessioni che sembrano indistruttibile ma che sono anche labili «È infatti l’idea di una rete che unisce, ma che può anche smagliarsi, aprirsi, sgretolarsi», spiega ancora. Una rete che tiene dentro «il cosmo, l’essere umano, la natura, in un legame che non preclude niente. È il pensiero di Spinoza, un filosofo che mi affascina e mi coinvolge», spiega Lucy, «una casa del mondo dove tutti sono dentro, dove nessuno è escluso e dove ognuno è responsabile» E dove c’è anche ambivalenza, come in ogni connessione umana. «In questo insieme di braccia ci sono molte zone d’ombra», 9spiega infatti Jochamowitz. «Le ombre dei nostri fallimenti, degli errori verso la nostra casa natura, errori verso il suolo, l’acqua, l’aria e gli esseri viventi. Il titolo dell’installazione, Costruire la casa - in senso greco oikos, dimora, focolare - ci ricorda la costruzione e la distruzione permanente in cui viviamo e quindi l’urgenza di guarire noi stessi. Guarire prima di tutto noi stessi, imparare ad amarci e poi rivolgerci agli altri, in un abbraccio aperto con una nuova capacità di rispondere alla vita. Solo così la nostra casa sarà salva». Le radici di questa (quasi) ossessione di Lucy Jochamowitz vanno ricercate, forse, nella sua biografia personale. Originaria del Perù, l’amore per l’arte, per Piero della Francesca e per Masaccio, negli anni Settanta la porta in Italia. Per una serie di casualità e infine anche per amore, dopo aver vissuto altrove, si ferma a Firenze. Forse sarebbe tornata in Perù: ma negli anni Ottanta il Paese viene sconvolto dal terrorismo di Sendero Luminoso che fa centinaia di migliaia di morti. «Non è sicuro, non tornare”, le diceva la madre, figura importantissima per la sua vita e la sua arte, cui, fin dal nome, 10 è legatissima: è la casa prima, l’origine di tutto. Si chiamava Rosa Luz, ma si faceva chiamare Lucy. E, per le sue ascendenze italiane, Garibaldi. Negli anni la consiglierà, le parlerà, sempre, la farà ammattire con quella sua luce girovaga e perennemente in movimento. E forse per questo, per fermarla e per darle un luogo, un rifugio, Lucy Jochamowitz creerà le case. Lucy Garibaldi cucirà anche dei cuscini riproducendo opere della figlia che adesso stanno lì, sui divani della sua casa di Firenze: una casa piena delle sue opere, luminosa, calda, labirintica, ma ordinata, rassicurante e tutta da scoprire. Una casa che rispecchia la sua ricerca, che la reifica, quasi. In Italia Lucy Jochamowitz tenta di ricostruire quei legami, quelle connessioni che sente sfilacciarsi sempre di più: i fratelli sparsi tra in tanti Paesi diversi del mondo, le radici che si perdono in mille rivoli tra antenati italiani ed ebrei ashkenaziti. La vita in Perù, lo studio in Italia. Sono le scale, l’anelito all’infinito passando però dal piccolissimo; sono i rami poi dipinti di rosso come capillari. «In campagna raccoglievo arbusti molto spogli per assemblarli 11in un reticolo che è possibile immaginare infinito, che si crea e si autocrea”. Quei rami si ritrovano un po’ ovunque nella sua produzione: intorno a una nave e alla sua polena, sotto una scala, circondati da un abbraccio, ancora uno. Realizza anche gigantesche gonne come tipì, abitacoli, rifugi, anche qui case: come le montagne sacre, apu, che popolano l’immaginario peruviano, e che sono le donne, le vergini. Una similitudine impressionante nata, racconta, senza che neanche se ne accorgesse. Le gonne come enormi case sotto le quali rifugiarsi e salvarsi tornano spesso, negli anni, come nell’installazione presentata nella Casa di Rodolfo Siviero, a Firenze, nel 2008: una donna seduta su un letto (il letto del grande storico dell’arte, del cacciatore di tesori trafugati dai nazisti) che indossa una gonna enorme anch’essa posata sul letto. Ma nella sua produzione ci sono anche barche, con le polene che ricordano le antiche dee: il mare è fatto di rami spogli, secchi e rossi come arterie: le connessioni, i legami, la rete. 12 La casa esposta a Crumb Gallery è tutto questo e molto di più: un omaggio alla vita, al ricordo, all’essere umano, alle connessioni, all’interdipendenza. Questo personalissimo inno alla gioia di vivere e di essere e anche di abitare, frutto di una ricerca che dura da sempre e che mai si interromperà, somiglia a quello che ci racconta Melania Mazzucco ne L’architettrice, in cui la scrittrice immagina la vita di Plautilla Briccio, la prima architetta della storia moderna. Una narrazione che ruota tutta intorno alla villa che Plautilla costruisce su un colle romano. Un sogno, quello dell’architettrice, che pervade e permea la sua vita: la casa, la costruzione di una casa. Qualcosa che Lucy Jochamowitz conosce bene. Perché, come insegna il Briccio alla figlia Plautilla, esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte: “Niente è nostro, Plautilla, mormorò. Un artista, uno scrittore, non crea le sue opere per firmarle, ma per metterle al mondo”.
L’ABBRACCIO DELLE INFINITE BRACCIA
Rory Cappelli